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Perché la maratona televisiva è al cuore della nostra identità

In questi giorni prende il via come ogni anno la maratona televisiva di Telethon. È l’evento che è all’origine della nostra notorietà, però, allo stesso tempo, è forse anche causa di una conoscenza parziale rispetto all’identità della nostra organizzazione.
Sebbene non ami usare inutilmente nomi inglesi, in questi caso il modo più semplice per definire Fondazione Telethon è tramite la parola charity. Perché l’inglese permette spesso di esprimere precisamente con una parola sola ciò che in italiano necessita di spiegazioni più lunghe.
Una charity è un ente non profit che svolge la propria missione senza avere scopo di lucro. Non è un ente di raccolta fondi, nel senso che il nostro lavoro si misura per come distribuiamo i fondi raccolti, non per la nostra attività di fundraising che svolgiamo principalmente in televisione.
Quindi cos’è la maratona se non solo un evento di raccolta fondi?
Per noi la maratona televisiva rappresenta a tutti gli effetti il patto con il donatore.
Grazie alla collaborazione con la Rai, rappresentiamo le realtà di molte famiglie, non per muovere il pubblico a compassione, ma per renderlo consapevole dell’esistenza di una vera e propria emergenza.
Un’emergenza che non è silenziosa. Anzi, è dichiarata con dignità e forza dalle persone – sono alcuni milioni solo nel nostro paese- che affrontano ogni giorno le malattie genetiche rare.
Ma è troppo poco ascoltata.
Nel corso di una settimana di dicembre quelle persone possono rivolgersi a una platea più ampia.
Nella maratona televisiva i nostri portatori d’interesse si raccontano prima di tutto come persone e condividono l’esperienza della propria malattia perché credono nell’obiettivo per cui siamo lì: sconfiggere la malattia attraverso la ricerca scientifica.
Senza una ricerca efficace, cioè in grado di produrre reali avanzamenti e soluzioni concrete, non potremmo dire, a chi ci fa una donazione, di avere svolto il nostro lavoro come charity.

pasinelli

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