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Ricerca pubblica accessibile e lungimirante. Vogliamo parlare anche di responsabilità?

Qualche giorno fa ho letto con interesse un post pubblicato nel blog di Stefano Bertuzzi, CEO della Società americana di microbiologia, nonché advisor e amico di lunga data della Fondazione Telethon.

Mi ritrovo molto nelle considerazioni di Stefano alle quali vorrei aggiungere una personale osservazione suscitata proprio dalla attenta lettura del suo pezzo.

L’articolo risponde a un editoriale di Tom Stossel, professore emerito della Harvard Medical School, dal titolo eloquente “Don’t thank big government for medical breakthroughs”.

In breve, Stossel sostiene che la quasi totalità dei farmaci prodotti dall’industria farmaceutica americana dal secondo dopoguerra in poi deriverebbe da ricerche effettuate unicamente dall’industria senza significativi contributi dalla ricerca accademica, nonostante gli investimenti ingenti che il governo dedica alla ricerca accademica, soprattutto quella di base, tramite i National Institutes of Health (NIH), istituzione omologa al nostro Istituto superiore di sanità.

Secondo Stossel, i motivi dell’inefficacia della ricerca biomedica pubblica nel produrre avanzamenti in ambito medico sarebbe un progressivo “scollamento” di questa dall’obiettivo sanitario, teoricamente insito nella natura degli NIH. Stossel individua come causa principale di questo il fatto che la priorità dei ricercatori dell’accademia sia legata alla pubblicazione (il famoso fenomeno del “publish or perish”) e che questa è governata da logiche non sempre coincidenti con quelle della produzione di avanzamento in termini applicativi. In altre parole, lo scienziato che, per accedere a finanziamenti e avanzamenti di carriera, ha bisogno di pubblicare sempre di più e in riviste sempre più prestigiose, è portato a inseguire la novità della scoperta più che la concretezza delle sue ricadute in ambito terapeutico o a passare da una linea di ricerca alla successiva invece che perseguire lo sviluppo di un risultato verso l’applicazione.

Stefano Bertuzzi presenta una visione più equilibrata e meno manichea della questione, ricordando l’importanza di entrambe le componenti, pubblica e privata, in un processo molto complesso come è quello che parte dalla comprensione della biologia per arrivare alla produzione di farmaci e terapie, ma contesta decisamente la tesi di Stossel ricordando il valore fondamentale della ricerca pubblica.

La sua analisi si riferisce al contesto statunitense ma, dal punto di vista qualitativo se non quantitativo, può essere estesa anche ad altri paesi.

La ricerca finanziata dal governo, e, aggiungo io, da charity e fondazioni che in alcuni paesi e in alcuni ambiti specifici, come, ad esempio quello delle malattie rare, portano un contributo paragonabile a quello statale, ha il grande merito di essere un bene pubblico, cioè produce conoscenza accessibile a tutti e sulla quale tutti possono capitalizzare per generare ulteriori avanzamenti.

Nessuna industria privata finanzierebbe la produzione di risultati di cui tutti, anche i propri concorrenti, possono avvantaggiarsi fin da subito.

Inoltre, le logiche dell’investimento pubblico nella ricerca, soprattutto quella di base, sono improntate alla lungimiranza. Per fare un esempio, nessun consiglio di amministrazione di un’industria privata approverebbe il finanziamento di un progetto di ricerca sull’osservazione di un meccanismo biologico fondamentale le cui potenzialità di applicazione sono inizialmente difficili da prevedere, con la prospettiva, incerta, di ripagare l’investimento solo dopo diversi decenni.

Eppure, se risaliamo all’origine di importanti scoperte in campo medico, troviamo proprio quel tipo di ricerca accademica, anche se dobbiamo riconoscere che quegli studi non sarebbero diventati farmaci e terapie senza il necessario coinvolgimento dell’industria.

Condivido l’analisi di Bertuzzi e la conclusione nella quale auspica una maggiore collaborazione tra istituzioni pubbliche, accademia e industria che sono parte di quello che lui definisce un ecosistema (termine a me molto caro).

Vorrei aggiungere, accanto ai valori dell’accessibilità dei risultati e della lungimiranza degli investimenti, quello della responsabilità che deve riguardare tutti gli attori coinvolti.

Responsabilità vuol dire, per esempio, che anche l’industria farmaceutica, pur nel rispetto di comprensibili logiche di sostenibilità, non può trascurare i bisogni non soddisfatti di alcune comunità di pazienti come, ad esempio le persone con malattie rare.

E la responsabilità riguarda anche la ricerca accademica che deve essere chiamata ad avvertire l’esigenza che una ricerca di successo, oltre a produrre eccellenti pubblicazioni, sia anche trasformabile in risultati fruibili dalle persone.

Per fare questo è necessario affiancare ai ricercatori competenze capaci di sviluppare terapie.

pasinelli

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