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In risposta ad alcune obiezioni in tema di finanziamenti top down

Avendo voluto festeggiare la Pasqua, ritorno solo oggi sui temi del post in cui parlavo di finanziamenti top down e pregiudizi associati a questa modalità di sostenere la scienza. Ho ricevuto molte sollecitazioni, sia su questo blog sia in privato, per tornare a parlarne e lo faccio volentieri perché è un argomento che mi sta a cuore.

Quello che emerge in generale dal dibattito è che tutti teniamo alla scienza come strumento di avanzamento del Paese e in molti auspichiamo un approccio sereno e costruttivo a questo tema.

Ho ricevuto anche reazioni critiche che ho considerato con attenzione e a cui spero che queste riflessioni possano rispondere, fermo restando che non è mia intenzione (e non lo era nemmeno con il primo intervento) prendere parte nella polemica che si è sviluppata intorno a Human Technopole e al ruolo dell’Istituto italiano di tecnologia.

Quanto all’affermazione, più o meno esplicita, che la mia parte in questa diatriba sia definita automaticamente dal mio coinvolgimento nel comitato esecutivo di Iit, dove peraltro occupo una posizione assimilabile al consigliere indipendente, rispondo che il conflitto d’interesse riguarda l’espressione di un parere per portare vantaggio a uno o all’altro soggetto. Evidentemente, non è questo il caso.

Se esprimo in questo blog la mia opinione in materia di governance delle politiche di sostegno alla scienza non è per un intento da opinionista, ma perché di questo mi occupo da molti anni: finanziamento e sviluppo della ricerca su mandato di una comunità di portatori d’interesse tramite l’utilizzo di donazioni provenienti dai cittadini.

La Fondazione Telethon è certamente un ente privato e la struttura di governance che ne regola le funzioni è stata importata dai modelli di ispirazione anglo-sassone che assimilano le charity alle strutture pubbliche per quanto riguarda, in particolare, gli oneri di rendicontazione del denaro raccolto e del suo utilizzo ai fini della realizzazione della missione.

Stiamo parlando quindi di modelli di governance che pongono l’enfasi sulla relazione con il cittadino, sia esso portatore d’interesse o donatore, più che sulla natura legale, pubblica o privata, dell’ente. Alla luce di questa impostazione, ho incluso tra le iniziative top down anche Genomics England che è sì un’azienda privata, come mi è stato fatto notare, ma di proprietà del ministero della salute del governo britannico che l’ha ampiamente finanziata.

Tornando al tema delle allocazioni di fondi con modalità top down, ribadisco la valutazione che mi porta ad annoverare in questa categoria anche il Progetto Genomi perché, come emerge dai relativi commi della Legge di stabilità 2016, l’allocazione di una quota di fondi per la realizzazione del progetto deriva dalla decisione dell’ente finanziatore (lo Stato) di investire su un tema (“dotare il Paese di una infrastruttura  dedicata  ad un progetto nazionale di genomica applicata  alla  sanità  pubblica”) piuttosto che su un altro, magari di uguale rilevanza e urgenza per il Paese. Come dicevo nel mio post precedente, in entrambi i casi, non è chiaro quale sia stato il percorso decisionale, a partire dall’analisi dei bisogni, che ha indirizzato la scelta.

Per quanto riguarda poi le modalità di realizzazione dei progetti (ricerca di enti co-finanziatori e valutazione della relazione di tali enti con i centri finanziati e così via), il mio auspicio è, come già chiarito nel precedente intervento, che si applichino rigorose e trasparenti modalità di valutazione e verifica (argomenti che vorrei approfondire nei prossimi post).

Tale auspicio riguarda, ovviamente, Genomi Italia, Human Technopole e tutte le operazioni di finanziamento della ricerca sostenute dai cittadini tramite le tasse o la donazione liberale.

pasinelli

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