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Le onde gravitazionali sono anche italiane. E un eventuale Nobel? Che si tratti di Nobel o di Formula Uno, la bandiera sul premio è di chi costruisce la macchina più forte e recluta i migliori talenti per farla correre

La verifica della teoria sulle onde gravitazionali ha giustamente destato grande entusiasmo e orgoglio anche nel nostro Paese perché la ricerca italiana ha contribuito al progetto internazionale che ha portato a questa scoperta.

Non entro nel merito dell’attribuzione di paternità della scoperta perché non ne ho la competenza, ma rifletto su un’intervista che il coordinatore del team italiano coinvolto nel progetto, Giancarlo Cella, ha rilasciato oggi al Corriere della Sera.

Rispondendo all’immancabile curiosità del giornalista su un eventuale Nobel, Cella afferma che, se ci sarà, il riconoscimento andrà molto probabilmente ai colleghi americani che, pur operando all’interno di un esperimento in rete di cui faceva parte anche la sonda italo-francese VIRGO, hanno captato per primi le onde gravitazionali grazie a una “macchina migliore”. A fare la differenza sarebbe stata, secondo Cella, la maggiore disponibilità di finanziamenti e ricercatori per il team americano, nonostante alcune intuizioni fondamentali che hanno consentito di avviare e sviluppare la ricerca, siano da attribuirsi a scienziati italiani.

Gli americani avevano a disposizione una macchina più potente, sia in senso letterale (la sonda LIGO) sia in senso lato se si considerano i diversi fattori abilitanti in grado di far prosperare le buone idee (e i talenti che le esprimono).

Fattori abilitanti sono, per citarne alcuni, le infrastrutture che promuovono la concentrazione delle eccellenze, l’esistenza di agenzie indipendenti di finanziamento alla ricerca, il ricorso a revisori e advisor competenti per le decisioni di allocazione dei fondi oltre che dei necessari denari per realizzare i progetti migliori.

I Nobel italiani

La lettura di questo e altri articoli sulla scoperta (dai proclami celebrativi delle istituzioni alle previsioni, credo, molto realistiche di Cella) mi ha suscitato le stesse riflessioni che mi è capitato spesso di fare di fronte all’enfasi su coloro che vengono ricordati come i nostri Nobel.

Capecchi, Dulbecco, Giacconi, Levi-Montalcini, Luria e Modigliani figurano, dai dati ufficiali, nel medagliere statunitense dei Nobel: accanto ai nomi dei premiati è riportato un asterisco e in corsivo il riferimento all’Italia come Paese d’origine, ma gli Stati Uniti vantano questi riconoscimenti come propri.

E hanno ragione a farlo perché sono statunitensi gli istituti presso cui questi studiosi hanno lavorato, facendo fiorire le proprie idee nel confronto con quel contesto culturale e riuscendo a metterle a frutto grazie al fatto di poter accedere a fondi disponibili per la ricerca in quel Paese.

Del resto, nessuno si stupisce del fatto che i Gran Premi vinti da Schumacher con la Ferrari siano considerati vittorie italiane e non tedesche: le ragioni sono molto simili.

Questi sono, secondo me, i temi su cui è utile riflettere quando si parla di sostegno alla ricerca e agli scienziati che, peraltro, in base a un recente sondaggio svolto dal Censis e dall’istituto Treccani, sono considerati nel nostro Paese al primo posto tra le figure che incarnano più di tutte il valore della cultura.

I leader politici figurano al tredicesimo posto in questa classifica: forse fare qualcosa di concreto per valorizzare il ruolo dei ricercatori potrebbe aiutarli a guadagnarsi posizioni migliori.

pasinelli

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