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Perché la ricerca italiana perde terreno in Europa La lettera a Nature ci dice che vanno riviste le priorità. Coglierei l’occasione per rimettere in discussione anche le modalità

Condivido l’appello inviato a Nature da Carlo Parisi e da un gruppo di scienziati del Gruppo 2003 e proverei ad allargare la riflessione.

Se guardiamo ai numeri, 92 milioni di euro di investimento al livello nazionale contro 900 di contributo all’Unione europea costituiscono senza dubbio uno sbilanciamento preoccupante.

E un investimento pubblico di 92 milioni di euro per un bando destinato a sostenere tutta la ricerca competitiva nel Paese, è, in assoluto, un’inezia.

Credo, però, che si debba anche riflettere su cosa consideriamo per Unione europea.

È fuor di dubbio che come entità politica l’Unione europea sta purtroppo sollevando perplessità significative e diffuse.

Tuttavia la creazione di programmi centralizzati per il finanziamento e lo sviluppo della ricerca è stata ispirata per consentire all’Europa di competere al livello mondiale ed è coerente con quell’ideale di Europa unita che adesso lamentiamo come disatteso.

Capisco, tuttavia, che dal momento che siamo ancora lontani da una vera integrazione tra gli Stati europei, la disparità tra l’investimento nazionale e quello europeo porti, oggi, più danni che vantaggi alla ricerca italiana.

Detto questo, penso sia opportuno riflettere anche sulla dispersione che si fa delle risorse destinate alla scienza anche al livello nazionale.

Ad esempio, mentre può avere senso che i fondi destinati a investimenti infrastrutturali siano gestiti al livello regionale, trovo poco razionale e, devo dire, anche abbastanza miope, se si considerano quali sono le dinamiche della ricerca e dell’innovazione al livello mondiale, che i finanziamenti per progetti siano gestiti al livello locale.

In altre parole, un conto è che le regioni si adoperino per rafforzare i distretti locali, ma non ha alcun senso allocare dei fondi per selezionare il miglior progetto di ricerca dell’una o dell’altra regione.

L’intento di chi finanzia ricerca dovrebbe essere quello di far fruttare al massimo le risorse, grandi o piccole che siano, e selezionare i migliori progetti possibili. Non si può dire che vi sia eccellenza se la si considera solo rispetto a una comunità ristretta.

Se vogliamo una ricerca italiana che non perde terreno al livello europeo dobbiamo creare le condizioni per far sì che le migliori squadre, che emergono da un campionato nazionale, possano affrontare la competizione.

pasinelli

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